di Simon Larocca
01/04/2025
Al di sotto del mondo di superficie, esistono meraviglie e tesori nascosti.
È questa una legge incontrovertibile nel mondo delle storie, narrate al cinema o nei romanzi, lo sappiamo bene, ma si adatta alla perfezione anche nel campo di quella che possiamo definire archeologia informatica, una branca composta da persone appassionate, spesso e volentieri più vicino agli anta che agli enta.
Scavando nel passato, è facile dissotterrare perle che rischiamo di dimenticare con il trascorrere inesorabile del tempo: è questo il caso del Philips Cd-i, reliquia sacra appartenente all’immenso multiverso delle tecnologie sviluppate nella seconda metà del ventesimo secolo, precisamente nel 1991.
Come il nome suggerisce, si tratta di un lettore CD progettato dalla Philips e commercializzato agli inizi degli Anni Novanta, in un mondo di riferimento dove il nuovo standard compact disc stava inesorabilmente prendendo piede: mossa commercialmente audace ma allo stesso tempo logica, eppure le crepe dell’operazione varata da Philips iniziarono fin da subito a gravare sulla solidità del CD-i, destinato ahinoi a una caduta rumorosa e che ancora oggi riecheggia assordante. Prima di tutto, il CD-i non è una console e nemmeno un personal computer, bensì è uno dei primi esempi concreti di set-top box: con questo nome si indica uno strumento che permette funzioni audiovisive che inizialmente non sono state implementate nel supporto originale, specifico per gli apparecchi televisivi.
Se avete voglia guardata la puntata speciale di Games Collection sul tema...
Di conseguenza, le prestazioni tecniche sono ai minimi termini, prova ne è il fatto che per fruire dei filmati in full motion video (utilizzando i famosi video CD, bisnonni dei “moderni” DVD) era necessario essere in possesso di una scheda extra FMV, senza la quale, molti giochi del catalogo Philips semplicemente non funzionavano, rendendo inservibile di fatto il costoso (400 dollari per l’epoca non erano pochi) CD-i.
Per farvi capire la potenza di elaborazione massima, il CD-i in versione stand alone era in grado a malapena di far girare giochi come Tetris o poco più: un fallimento annunciato a livello videoludico, purtroppo, soprattutto in un periodo dove gli arcade e l’avvento delle nuove console domestiche esigeva uno standard elevato in termini di prestazioni e parco titoli disponibili, elementi in cui il CD-i non riuscì a stare al passo con i tempi.
Abbiamo accennato al parco titoli del CD-i: un catalogo che all’epoca poteva fregiarsi di essere innovativo, esulando per scelta artistica dai classici platform e sparatutto diffusi ovunque tra cabinati e intrattenimento domestico nascente; scelta coraggiosa, ma i film interattivi del CD-i nacquero vecchi, di fatto, potenzialmente interessanti ma limitati sia a livello tecnico che di profondità del gameplay. Si andava a destra, si andava a sinistra, facevi fuoco e finiva il gioco, come succedeva in Dragon’s Lair, un capolavoro riconosciuto che tuttavia non poteva reggere sulle sue sole spalle il CD-i, ammettiamolo.
Avendo avuto la possibilità di provare molti dei titoli del CD-i nella mia associazione insieme a Mauro Corbetta (che ringrazio per la consulenza tecnica), posso spezzare una lancia a favore del figliolo reietto della Philips e affermare che giochi divertenti e validi ce n’erano, eccome! Cito Thunder in Paradise, shooter su binari con protagonista nientemeno che Hulk Hogan (testimonial ufficiale del gioco di lancio tratto dalla serie tv, ma anche del CD-i stesso), o il bellissimo Mad Dog McCree, western sparatutto in prima persona con l’ausilio di due pistole per giocare in cooperativa.
Soverchiato da un mondo che accelerava rapidamente verso tecnologie più abbordabili e user-friendly, il Philips CD-i venne definitivamente messo in pensione dal monolito grigio per eccellenza, quella PlayStation portatrice di un’egemonia a cui fu impossibile opporsi, e ciò non valse solo per il CD-i come la storia videoludica di fine millennio scorso ci ha insegnato.
Simon Larocca
Scrittore e socio di Retroedicola Video Club
Mi chiamo Simon Larocca, e sono un videogiocatore, collezionista e amante della cultura pop in tutte le sue forme. Vado al cinema ogni volta che posso, leggo da quando porto gli occhiali, quindi da sempre, e ho la passione per lo storytelling in tutte le sue forme, così dirompente da farla diventare una professione. Ma come direbbe Doc di Ritorno al Futuro, non ci sarebbe presente se non si guardasse al passato con rispetto e ammirazione, ed è il Simon bambino di più di trent’anni fa, anno più anno meno.
Simon Larocca
Scrittore e socio di Retroedicola Video Club
Mi chiamo Simon Larocca, e sono un videogiocatore, collezionista e amante della cultura pop in tutte le sue forme. Vado al cinema ogni volta che posso, leggo da quando porto gli occhiali, quindi da sempre, e ho la passione per lo storytelling in tutte le sue forme, così dirompente da farla diventare una professione. Ma come direbbe Doc di Ritorno al Futuro, non ci sarebbe presente se non si guardasse al passato con rispetto e ammirazione, ed è il Simon bambino di più di trent’anni fa, anno più anno meno.
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